INspiritual Coaches GIUGNO 2026
ANNO 2026

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INDICE


Sì uso l’Intelligenza Artificiale.
Ne utilizzo diversi modelli, scelti strategicamente per scopi differenti. E no, non lo faccio per dimostrare nulla a nessuno.
Lo faccio perché ho una mente simultanea che, per struttura biologica, deve lavorare a più progetti complessi contemporaneamente. L’IA mi ha permesso di costruire sistemi personalizzati, e persino divertenti, per rispettare il mio calendario di blocchi operativi. Mi aiuta a scandire le pause, precisamente studiate per permettere alla mia energia di spostarsi da un compito all’altro senza disperdersi. Velocizza i processi operativi più noiosi. Mi assiste nell’organizzazione e nell’archiviazione dei dati, che da sempre rappresentano uno degli incubi legati alla mia neurodivergenza.
La tecnologia è lo scheletro esterno che sostiene una struttura per me sostenibile. Un ecosistema in cui posso finalmente funzionare serenamente. Un luogo in cui posso essere esattamente ciò che sono, senza dover indossare maschere di finta normalità per compiacere i ritmi degli altri.
Detto questo, parliamo del perché questa conversazione esiste.

Il neurone dietro la macchina
Tutto parte da un post incrociato su LinkedIn, scritto da uno stimato professionista che si occupa di posizionamento, uno dei pilastri del marketing strategico. Analizzando il percorso di due nuove clienti, faceva notare come i contenuti sulla piattaforma si siano drasticamente appiattiti da quando tutti hanno iniziato a usare l’Intelligenza Artificiale. La sua conclusione? Faremo tutti meglio a smettere di usare ChatGPT, perché continuando così non facciamo altro che aggravare il problema dell’omologazione di massa.
Mi spiace contraddire il collega, ma l’appiattimento dei contenuti è un fenomeno che risale a ben prima della diffusione capillare dell’IA generativa. Direi addirittura pre-pandemia. Alla fine del 2022, prima del boom mediatico, coloro che utilizzavano attivamente i Large Language Models (LLM) per scopi lavorativi su LinkedIn erano una percentuale infinitesimale, stimabile attorno allo 0,5% o meno. Eppure, la noia comunicativa regnava già sovrana.
È interessante, però, che nel post sia stato evocato proprio “ChatGPT” come esempio supremo del male. Il motivo è chiaro: è il primo modello diffusosi capillarmente a livello consumer, lo citi e tutti capiscono immediatamente. Ma sull’IA la polarizzazione è marcatissima: siamo spaccati tra chi la usa acriticamente, chi la difende a spada tratta e chi trema al pensiero di perdere il proprio posto di lavoro a causa sua. Citare “ChatGPT” garantisce attenzione immediata; dire semplicemente “Intelligenza Artificiale” avrebbe avuto un impatto decisamente più blando. Chi si occupa di marketing non può certo perdersi l’occasione di sfruttare questa polarizzazione per generare engagement e, Dio volesse, un po’ di sana discussione. Si pesca dove stanno i pesci.
Ma torniamo al punto: l’IA è davvero la responsabile del fatto che oggi tutti scrivono le stesse cose? Devo dissentire di nuovo.
L’IA non genera nulla di sua iniziativa. Non stiamo parlando di agenti autonomi capaci di intenzionalità. Il neurone umano che sta dietro lo schermo, che formula le richieste, che imposta i prompt. Quel neurone guida gestisce ed è l’unico vero responsabile del processo. E, di conseguenza, dell’output. A forza di rimestare la stessa identica minestra preconfezionata, ce la troviamo tutti nel piatto. Se il neurone dietro la macchina non fa ciò che deve — pensare, provocare, connettere, la macchina si limita a restituire la media matematica di ciò su cui è stata addestrata.
Se “usciamo fuori tutti uguali”, fondamentalmente, è perché non sappiamo chi siamo. I motivi di questa amnesia identitaria collettiva potrebbero tranquillamente riempire un articolo separato, quindi per oggi lasciamo stare.
Il punto focale rimane questo: l’IA è un amplificatore. Mette al servizio di chi vuole sviluppare un’idea una quantità di informazioni e una velocità di elaborazione straordinarie. Ma quell’idea, se alla radice non ha nulla di originale, non può che generare cloni. L’IA amplifica il vuoto identitario di chi cerca ancora ispirazione all’esterno, invece di partire da una struttura interna solida. Scomoda magari, ma chiara.
Se invece la tecnologia viene messa al servizio di osservazioni personali, di correlazioni apparentemente improbabili, delle nostre competenze più profonde, anche se dieci anni fa facevo la commessa in un negozio di abbigliamento e oggi mi occupo di tutt’altro, allora possono uscire cose straordinarie, nuove e dirompenti.
E penso anche questo: ogni persona che si ostina a “rimanere umana” escludendo dogmaticamente l’IA, e credetemi, non è il luddismo la via per preservare l’umanità, ragionando puramente in termini di concorrenza, per me è semplicemente un competitor in meno sul mercato.
Scienza, tecnologia ed ego
L’illusione di poter arginare il progresso genera in me una malinconica tenerezza. Voler fermare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale smettendo di usarla nella comunicazione social ha la stessa identica potenza che avrebbe avuto, all’inizio del diciannovesimo secolo, pensare di bloccare la diffusione dell’energia elettrica industriale rifiutandosi di accendere una lampadina in salotto. Non fermi la marea svuotando il mare con un cucchiaino.
Usare l’IA comporta dei rischi? Ovvio.
Come diceva lo zio di Spider-Man, “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. E qui ne abbiamo una enorme tra le mani. Uno strumento è sempre intrinsecamente neutro per sua stessa natura; l’essere umano non lo è mai.
La domanda che trovo più chiarificante in questo ambito è: “Se Robert Oppenheimer non avesse avuto un ego così smisurato, una vanità accademica accecante e una sete di potere così distorta, che direzione avrebbe preso oggi la tecnologia nucleare?” Altre menti eccelse dell’epoca avevano capito perfettamente l’impatto catastrofico di ciò che stava accadendo nei laboratori di Los Alamos, ma lui scelse deliberatamente di non ascoltarle. Lo strumento era neutro. L’ego, no.
Lo strumento è specchiato: può essere impiegato per annientare o per l’evoluzione dell’umanità. È l’uomo che guida il timone, almeno per ora. Questo presuppone un uso responsabile e consapevole, e qui entriamo in gioco noi: piccoli, egoici, frammentati, perennemente guidati dalla paura. Con in più un retaggio culturale occidentale pesantissimo che ha visto la creatura prediletta di Dio disobbedire al Padre. Come possiamo non proiettare questa stessa ombra archetipica sulla creatura tecnologica che stiamo plasmando a nostra immagine? La domanda non è retorica. È il nodo che dobbiamo sciogliere prima che sia la macchina a scioglierlo per noi.
Se qualcuno ha davvero qualcosa di originale, viscerale e interessante da dire, l’IA fungerà da cassa di risonanza, amplificandone la portata con la frequenza e la voce esatte di chi sta parlando. Altrimenti? L’alternativa la stiamo vedendo tutti i giorni scorrendo i feed: la tecnologia amplifica, a volume altissimo, il vuoto comunicativo e identitario che c’era già prima.

Identità, coscienza e sostenibilità
In Italia è già storicamente difficile far accettare un concetto simile nel business tradizionale. Ma la cosa affascinante è che nel mondo olistico, di cui, piaccia o meno, faccio parte, l’uso dell’Intelligenza Artificiale suona come una vera e propria bestemmia eretica.
È forse il retaggio distorto di una New Age mai del tutto sepolta? Può darsi.
Serpeggia l’idea che chi è “veramente spirituale” certi strumenti tecnologici non dovrebbe nemmeno toccarli, altrimenti come può apparire puro, elevato e autorevole?
Permettetemi la franchezza: nello stesso identico modo in cui dieci anni di pratica mi hanno resa un Master Reiki, l’IA non ha il potere di sostituire le mie competenze energetiche, intuitive e umane. Ci sono territori dell’anima, del sentire e della sincronicità che la macchina non potrà mai mappare. Questo è un fatto oggettivo, esattamente come è un fatto che il sole sorge ogni mattina.
Ed è altrettanto un fatto che siamo noi i primi a non avere il coraggio di affondare il coltello nel cuore delle nostre paure sistemiche. È la codardia identitaria, non l’algoritmo, a toglierci l’autorevolezza davanti al mondo.
L’Intelligenza Artificiale non sta rubando la tua anima, sta semplicemente mostrando al mondo che non sapevi di averne una. Smettere di usarla per paura di sembrare uguale agli altri è l’eco della tua paura.
Se la tua identità è un guscio vuoto, la macchina lo griderà a gran voce; se la tua identità è solida, la macchina diventerà il tuo megafono. Smetti di dare la colpa allo specchio se la figura che riflette non ha spessore.
MONICA MORO per Team COOACH
Se ti riconosci in queste parole, l’IA può diventare il tuo megafono.
AI Intuitiva è il percorso pensato per operatori, coach e professionisti del benessere che vogliono comunicare con etica e costanza: meno tempo davanti allo schermo, più tempo per la propria pratica, senza perdere un grammo di autenticità.




Alcuni eventi si raccontano attraverso il programma. Altri attraverso le fotografie. Altri ancora attraverso i numeri.
Poi ci sono giornate come quella vissuta all'Abbazia di Mirasole, che si comprendono davvero soltanto stando in mezzo alle persone che le rendono possibili.
Come sponsor e media partner di "Voce Interiore", vi raccontiamo come abbiamo vissuto questo evento e come siamo tornati con la sensazione di aver assistito a qualcosa di più.
Fin dalle prime ore è stato evidente che non sarebbe stata una giornata come le altre. Nei chiostri dell'Abbazia si respirava un'atmosfera fatta di curiosità, aspettative, incontri e possibilità. Donne provenienti da percorsi professionali diversi iniziavano a conoscersi, a confrontarsi, a condividere esperienze e visioni con una naturalezza sorprendente.
Nel corso della giornata abbiamo seguito i workshop, incontrato le relatrici ed ascoltato le testimonianze.
Osservando quello che accadeva dentro e fuori dalle sale, ciò che ci ha colpito maggiormente non è stato soltanto il valore dei contenuti proposti ma la qualità delle relazioni che si sono create.
Abbiamo visto professionisti mettersi in gioco con autenticità.
Abbiamo ascoltato racconti di cambiamento, di ripartenze, di scelte coraggiose.
Abbiamo percepito il desiderio condiviso di trovare modi nuovi di comunicare, lavorare e creare connessioni senza rinunciare alla propria identità.
In un tempo in cui si parla continuamente di networking, branding e visibilità, "Voce Interiore" ha riportato l'attenzione su qualcosa di più essenziale: le persone.
Le relatrici hanno portato sul palco competenze, esperienze e strumenti concreti.
Le partecipanti hanno portato la loro storia, le loro domande e la loro disponibilità ad aprirsi all'incontro.
È stato da questo scambio che si è generata l'energia che abbiamo percepito per tutta la giornata.
Forse è proprio qui che il progetto Come Farfalle di Simona Beffa e Luana DeCarlo ha rivelato la sua forza.
Nella capacità di creare spazi in cui la crescita personale incontra quella professionale.
In cui la formazione si intreccia alle relazioni.
In cui il cambiamento non viene raccontato come un traguardo, ma come un percorso da condividere.
Nel video che segue, grazie allo splendido lavoro di VP Produzioni Video, troverete alcuni frammenti di ciò che abbiamo vissuto all'Abbazia di Mirasole. Volti, voci, emozioni, riflessioni e incontri che raccontano molto più di una semplice giornata evento.
Per noi di INspiritual COACHES è stato un privilegio esserci e poter testimoniare l'inizio di questo viaggio.
Un viaggio che, fortunatamente, non si conclude qui.
Perché se c'è una cosa che abbiamo imparato osservando da vicino il mondo di Come Farfalle è che ogni incontro autentico genera nuove possibilità......
E la prossima possibilità ha già una destinazione ed una data.
Bologna 25 Settembre 2026



A nalisi ruvida di «Un Corso in Miracoli», Il testo più sovversivo del Novecento, impacchettato per il fine settimana.
C'è un modo infallibile per disinnescare un ordigno metafisico, e l'industria del benessere lo ha brevettato: ringraziarlo.
Non confutarlo, non bruciarlo in piazza, niente di così rozzo.
Citarlo. Sottolinearlo con l'evidenziatore giallo. Stamparne una frase su una tazza.
Un Corso in Miracoli è il caso clinico perfetto di questa operazione, perché è probabilmente uno dei testi spirituali più aggressivi del Novecento, un libro che si propone con la massima serietà di dimostrarvi che voi, così come vi pensate, non esistete, e che è stato adottato come lettura confortante da un pubblico la cui attività preferita è curare la propria immagine di sé.
Se cercavate una prova sperimentale del fatto che un'idea può essere completamente neutralizzata senza essere mai contraddetta, eccola.
Mettiamo subito le cose in chiaro, perché preferisco perdere lettori adesso piuttosto che illuderli: non vi dirò se il libro ha ragione.
Non lo so, e ho il fondato sospetto che chiunque sostenga di saperlo, in un senso o nell'altro, abbia smesso di leggerlo intorno alla lezione dodici.
La sua è una metafisica acosmica e nondualista, costruita per essere indecidibile: il mondo è illusione, la separazione da Dio non è mai avvenuta, nulla di ciò che chiamate reale è accaduto.
Si tratta di proposizioni che non si possono falsificare e nemmeno verificare, perché si piantano esattamente nel punto in cui falsificazione e verifica perdono presa.
Domandarsi se Un Corso in Miracoli sia vero equivale a domandarsi se sia vero un bisturi. La risposta dipende interamente da cosa siete disposti a tagliare, e dal sospetto, crescente, che la maggior parte dei lettori abbia comprato il bisturi per usarlo come fermaporta.
La domanda interessante, quindi, non è più teologica ma antropologica, e leggermente imbarazzante.
Perché un testo che chiede esplicitamente lo smantellamento dell'identità del lettore è diventato il feticcio di una sottocultura interamente organizzata attorno alla coltivazione di quella stessa identità?
O qualcosa si è rotto nel passaggio, oppure, ipotesi assai meno rassicurante, ha funzionato a meraviglia, ma al contrario.
Il sacro in vendita, con reso gratuito
Fatto inconfutabile è che esiste un'industria che vende il risveglio. Ha i suoi listini, i suoi profeti con il contratto pubblicitario, il suo lessico glossolalico (energia, vibrazione, abbondanza, manifestazione) e una proposta commerciale di rara genialità: trasformarsi senza modificare nulla di sé.
Parliamo di un prodotto miracoloso, nel senso più letterale e meno spirituale del termine. Potete diventare illuminati conservando intatti il vostro carattere, le vostre antipatie, il vostro fabbisogno quotidiano di aver ragione e la vostra collezione di ferite tenute in vita con la cura che altri riservano ai bonsai.
Vi viene chiesto soltanto di cambiare le etichette.
La rabbia diventa «un confine sano».
Il rancore diventa «una lezione».
L'incapacità cronica di amare diventa, con una pirouette degna di un avvocato fiscalista, «proteggere la propria energia».
Il mercato della crescita personale vende quasi sempre una versione dell'illuminazione perfettamente compatibile con la conservazione dell'ego, e lo fa perché ha capito una cosa che le tradizioni serie sapevano da millenni e che il marketing ha dovuto faticosamente rimuovere: la trasformazione fa male.
Eva Illouz ha documentato come la psicologia sia diventata un dispositivo del capitalismo emotivo; la sua versione sacralizzata è semplicemente lo stesso dispositivo con l'incenso. Abbiamo costruito un'economia in cui anche l'anima è un asset sottoperformante da ottimizzare, e in cui «lavorare su di sé» è ormai indistinguibile dal lucidare la propria vetrina.
In questo bazar, Un Corso in Miracoli è merce impeccabile e merce impossibile.
Impeccabile perché straripa di frasi citabili, perché vanta una voce autorevole (sostiene di essere dettato da Gesù in persona, il che in una libreria del benessere non è un problema teologico ma un argomento di vendita) e perché ha la struttura rassicurante di un workbook: trecentosessantacinque lezioni, una al giorno, l'avvento della redenzione scandito come una palestra online.
Impossibile perché il suo contenuto, preso alla lettera, rende letteralmente impensabile l'esistenza del consumatore che lo acquista.
Un libro che vi informa che voi, nel senso in cui credete di essere voi, siete un errore concettuale non dovrebbe avere clienti abituali. Ne ha a migliaia. Questo dato dovrebbe inquietarci più di quanto faccia.

L'evitamento, ma con il diploma
John Welwood coniò l'espressione spiritual bypassing, che il settore ha prontamente assorbito e digerito riducendola a etichetta diagnostica da appiccicare sugli altri.
Definizione minima: usare la pratica spirituale per scavalcare il lavoro psicologico, emotivo e biografico, saltare la fatica della propria storia spacciandola per trascendenza.
Tutti, naturalmente, sanno riconoscere il bypassing altrui con la prontezza di un sommelier; nessuno lo individua nel proprio bicchiere.
Radicalizziamo la diagnosi, perché nella sua forma da seminario è inservibile. Il problema non è che alcuni usano la spiritualità per evitare, il problema è che l'evitamento, raggiunta una certa raffinatezza, diventa rigorosamente indistinguibile dalla ricerca, e anzi la imita meglio di quanto la ricerca riesca a imitare se stessa. È qui che la faccenda smette di essere comica.
Molte persone non usano la spiritualità per svegliarsi ma la usano per dormire meglio, con la coscienza a posto e una citazione pronta.
Lo fanno in perfetta buona fede, che è precisamente ciò che rende l'intera operazione invisibile e quindi efficace. Nessuno si alza al mattino con il proposito di fuggire da sé. Ci si alza con il proposito di crescere.
Si compra il libro giusto, si sottolineano i passaggi giusti, si prova, leggendoli, quella scarica di riconoscimento che continuiamo a scambiare per comprensione e che nella stragrande maggioranza dei casi è soltanto piacere.
Perché il sentimento di aver capito (e su questo, fatto raro, concordano filosofi che si detestano cordialmente) è un'emozione, non una prova. Quasi sempre segnala che un'idea ci ha confermati, non che ci ha scossi.
Il brivido della profondità è, statisticamente, il sintomo della sua assenza.
Esiste una differenza che la cultura della crescita personale ha sistematicamente abolito: quella tra guarigione e auto-narrazione consolatoria. La guarigione modifica chi guarisce. Dopo, non si è più la stessa persona, ed è spesso un processo sgradevole, perché perdere una ferita significa anche perdere l'identità che vi era cresciuta intorno come edera su un rudere, e a quel rudere ci si era affezionati. L'auto-narrazione consolatoria, invece, lascia ogni mattone al suo posto e si limita a cambiare la colonna sonora: la stessa vita di prima, raccontata con un vocabolario più nobile e un sottofondo di campane tibetane. È terapia che non cura, perché non è mai stata progettata per curare. È stata progettata per rendere sopportabile il non cambiare, e in questo, va riconosciuto, eccelle.
Da qui parte il sospetto centrale, ovvero che Un Corso in Miracoli sia diventato, per i suoi lettori più devoti, il più sofisticato degli anestetici metafisici.
Non l'oppio dei popoli di marxiana memoria, che era un prodotto grezzo e prometteva un aldilà a chi era stato derubato dell'aldiqua.
Questo è l'analgesico di lusso per i privilegiati dell'interiorità: a chi possiede tutto e non riesce a capire perché non gli basti, offre la dottrina secondo cui il disagio non è reale.
Servizio impeccabile. Non dovete attraversare il vuoto. Vi basta riclassificarlo come illusione e passare alla lezione successiva.
L'ego: che cosa diavolo stiamo dicendo quando crediamo di dirlo
Qui bisogna rallentare e diventare tecnici, perché è il punto in cui il testo viene frainteso con maggiore costanza, e in cui il fraintendimento è più diagnostico del paziente che lo commette.
Quando Un Corsoin Miracoli parla di ego, non intende l'Ich freudiano, cioè l'istanza che media tra Es, Super-io e principio di realtà. Non intende l'orgoglio, la vanità o l'ipertrofia dell'amor proprio, quella cosa che i manuali da aeroporto vi invitano a «mettere da parte» come si mette da parte una giacca. Non intende neppure la res cogitans cartesiana, né l'unità sintetica dell'appercezione kantiana, né il fascio di percezioni di Hume.
L'ego citato in Un Corso in Miracoli è una tesi ontologica precisa, si tratta della credenza nella separazione in quanto tale, il postulato secondo cui esiste un soggetto ritagliato dall'essere, collocato di qua da un confine, che osserva il mondo dall'altra parte.
Non è una parte difettosa di voi. È, secondo il testo, l'idea stessa che esista un «voi».
Tradotto semplice: Un Corsoin Miracoli non chiede di correggere l'ego, chiede di negarne lo statuto di realtà.
È un programma soteriologico fondato su un illusionismo metafisico integrale.
Prima precisazione tecnica, che il settore evita con cura perché rovina l'atmosfera: il nondualismo di Un Corso in Miracoli non è quello buddhista.
L'anattā nega un sé permanente e basta, dissolve l'io nei cinque aggregati senza rimpiazzarlo con nulla di sostanziale. Un Corso In Miracoli, al contrario, nega il sé separato ma ne afferma uno vero, la Figliolanza, il Cristo.
Strutturalmente è molto più vicino all'Advaita Vedānta di Śaṅkara: il mondo è mithyā, apparenza, e l'ātman coincide con il fondamento assoluto. È un dato che cambia tutto, perché un nondualismo che conserva un Sé vero è un nondualismo che lascia aperta, di soppiatto, la porta dal cui uscio rientrerà puntuale ogni narcisismo spirituale: «io non sono questo io, io sono Quello».
Provate a immaginare formula più adatta a un ego che voglia travestirsi da illuminazione. Non esiste.
Portiamo ora la tesi al banco di prova delle tradizioni che, secondo i suoi estimatori, essa supererebbe con sovrana eleganza. Lo spettacolo è istruttivo.
La tradizione ebraica non domanda la dissoluzione dell'io ma lo convoca in giudizio. L'uomo sta coram Deo, davanti a Dio, come partner di un'alleanza, e un'alleanza, per definizione logica prima ancora che teologica, esige due termini.
Lo yetzer harà, l'inclinazione cattiva, non va annichilito ma incanalato, basti pensare che il Midrash osserva con disarmante pragmatismo che senza di esso nessuno costruirebbe una casa né genererebbe figli.
Buber fonda l'Io nella relazione, nel Io-Tu: l'io non precede l'incontro, ne nasce e Lévinas pianta qui l'obiezione più affilata che si possa muovere a qualunque nondualismo: l'etica è filosofia prima, e si dà soltanto davanti al volto dell'Altro, irriducibile, che non posso ridurre al Medesimo.
Dissolvere ogni separazione nell'Uno significa, in linguaggio levinasiano, compiere un atto di totalità, un imperialismo ontologico che riassorbe l'Altro e con esso annienta la possibilità stessa dell'etica.
Detto senza troppi artifici olistici: un mondo in cui la separazione è illusione è un mondo in cui l'Altro non esiste, e dove l'Altro non esiste non esiste nemmeno l'obbligo verso di lui.
La Cabala, dal canto suo, rilancia con lo tzimtzum, la contrazione con cui l'Infinito si ritrae per fare spazio al creato, fa della separazione non un errore da cancellare ma la condizione trascendentale dell'amore.
Senza distanza nessun incontro. Solo fusione, che è il nome cosmetico dell'annullamento.
I Greci, sul frontone di Delfi non avevano inciso dissolviti, ma conosci te stesso. L'intera tradizione socratica poggia sull'epimèleia heautoû, la cura di sé che Foucault ha riletto come pratica di costituzione del soggetto, e presuppone un'anima, psychḗ, da ordinare e volgere verso il Bene, non da revocare per insussistenza.
Platone ha l'anámnēsis, la reminiscenza, che richiede un soggetto capace di ricordare. A questo punto Un Corso in Miracoli replicherebbe che il sé che Socrate intendeva conoscere è esattamente la finzione da smascherare. Concesso, in linea di principio.
Ma resta il fatto, non da poco, che due dei programmi spirituali più potenti dell'Occidente partono dall'assioma opposto, e non per difetto di acume.
Jung è il testimone più imbarazzante, perché parlava la lingua che il settore crede di parlare e ne conosceva le trappole. Per Jung l'Io è strutturalmente necessario; l'individuazione non lo abolisce, ma istituisce un asse dinamico tra Io e Sé.
E aveva un termine clinico per ciò che accade quando l'Io si identifica prematuramente con il numinoso, quando si crede di aver trasceso ciò che non si è nemmeno integrato: lo chiamava inflazione, una delle più pericolose patologie del processo.
L'Ombra, ammoniva, non si trascende: si integra, e fa male integrarla. Chi salta il passaggio non diventa illuminato. Diventa, con precisione quasi farsesca, posseduto da ciò che ha rifiutato di guardare, e tanto più posseduto quanto più si proclama libero.
La storia delle comunità spirituali è un campionario di inflazioni collettive a cui nessuno ha mai diagnosticato nulla, perché diagnosticare richiede un Io, e l'Io era stato dichiarato inesistente nella riunione precedente.
E infine arriviamo all'esistenzialismo di Sartre- Heidgger-Kierkegard, che affonda la lama nel punto più scoperto.
Per Sartre la fuga da sé ha un nome tecnico: mauvaise foi, malafede, la struttura con cui il pour-soi nega la propria libertà fingendosi en-soi, cosa tra le cose, per sottrarsi alla vertigine.
Per Heidegger l'inautenticità, Uneigentlichkeit, è la dispersione del Dasein nel Man, nel «si dice», «si fa», l'annegamento nell'impersonale che esonera dall'esistere in proprio; l'autenticità si conquista nell'Angst e nell'essere-per-la-morte, non aggirandoli.
Per Kierkegaard, infine, e qui la precisione tecnica è dirimente, il sé è «un rapporto che si rapporta a se stesso», e la disperazione è il fallimento di quel rapporto, declinato in due modi: non voler essere se stessi, oppure, nella variante demoniaca, volersi essere in sfida.
Ora si tenga tutto questo davanti agli occhi e si osservi il devoto di Un Corso in Miracoli che ripete con sorriso pacificato che l'io è illusione. Sta compiendo il risveglio supremo, o sta eseguendo, con autorizzazione metafisica e attestato di frequenza, la più sofisticata delle fughe diagnosticate da Kierkegaard, cioè il non voler essere se stesso elevato a virtù?
Un Corso in Miracoli obietterebbe, legittimamente, che ciò che gli esistenzialisti chiamano «sé autentico» è precisamente la prigione che intende scardinare, e che la malafede sarebbe semmai aggrapparsi a un io fittizio. Forse.
Ma la coincidenza tra la sua medicina e la malattia descritta dai suoi avversari è troppo perfetta perché un lettore intellettualmente onesto la attraversi senza un brivido.
Chi non rabbrividisce non ha letto.
Ha fatto shopping di citazioni e le ha esposte come trofei su una mensola che, secondo il libro stesso, non esiste.

Il perdono, ovvero l'ordigno che vendono come profumeria
Veniamo all'idea più radicale presentata da Un Corso in Miracoli, quella che il mercato ha ridotto a tecnica di benessere e che è invece un dispositivo a innesco filosofico.
Il perdono, per noi, è una transazione morale: tu mi hai danneggiato, io scelgo di non riscuotere. Nobile, faticoso e, secondo il testo, completamente fuori bersaglio, perché questo perdono conferma la realtà dell'offesa.
Perdonando «il torto che mi hai fatto» io ratifico il torto, lo certifico nell'atto stesso di condonarlo, gli rilascio un attestato di esistenza.
Il perdono propagandato in Un Corso in Miracoli è di tutt'altra natura, ed è scandaloso quanto basta a giustificare il libro: riconoscere che non è accaduto nulla che richieda perdono, che l'offesa, nel quadro in cui il mondo è illusione, è priva di fondamento ontologico.
Non si tratta di assolvere il colpevole. Si tratta di negare che ci sia stato un crimine, una vittima, un soggetto a cui qualcosa è stato fatto.
Si capisce all'istante perché questa sia una detonazione e non una carezza perchè va a togliere il terreno da sotto le categorie stesse di vittima e carnefice.
Non addolcisce il rancore: ne dichiara nullo l'oggetto.
Assistiamo dunque ad un'operazione vertiginosa e terribile insieme, e l'onestà di un lettore si misura nella sua capacità di tenere insieme i due aggettivi senza scegliere il più comodo.
Perché lo stesso identico pensiero è un bisturi e un veleno, secondo chi lo impugna e da quale stadio della propria vita.
In mano a chi ha attraversato fino in fondo la propria sofferenza, può essere la liberazione definitiva, la deposizione di un peso che la giustizia non avrebbe mai potuto sollevare.
In mano a chi quella sofferenza vuole scavalcarla, diventa la più elegante delle negazioni clinicamente disponibili: posso non guardare l'abuso che ho subìto, o peggio quello che ho inflitto, perché non è reale.
Posso comunicare a una vittima che il suo dolore è illusorio e battezzare la cosa come amore incondizionato.
La storia delle dottrine spirituali trabocca di questo meccanismo: l'idea più alta che, calando di un solo grado nella maturità di chi la riceve, si rovescia nel proprio opposto e si converte in licenza.
C'è qualcosa di crudele nel mettere un esplosivo del genere su uno scaffale accanto agli oli essenziali, senza istruzioni e con un fiocco.
Un Corso in Miracoli, va detto, lo sa, e distingue con cura chirurgica. Il settore che lo rivende no, o finge benissimo di non saperlo, perché un perdono che esige di aver prima sentito tutto è incomparabilmente meno vendibile di un perdono che autorizza a saltare il sentire.
La versione da seminario del perdono radicale è, nella maggioranza dei casi, rimozione con attestato di partecipazione.
Speciali, persino mentre rinunciamo a esserlo
Arriviamo ora al paradosso che dovrebbe far crollare l'intera impalcatura e che invece, con perfidia squisita, la tiene in piedi.
L'attacco più profondo di Un Corso in Miracoli non è all'orgoglio, né alla paura, né al senso di colpa. È al desiderio di essere speciali.
La «specialness» (il bisogno di un amore particolare, di un odio particolare, di essere l'eccezione, il prescelto, l'unico che ha capito) è secondo il testo la strategia centrale dell'ego, il travestimento con cui la separazione si spaccia per identità preziosa.
Smontare la specialness è il cuore pulsante dell'operazione. È la tesi più scomoda del libro, perché colpisce esattamente la corda che ci tiene attaccati a tutto il resto.
E ora si osservi cosa accade attorno al volume, con la calma dell'antropologo davanti a un rito.
Si forma una comunità.
La comunità si dota di un lessico, di riferimenti, di maestri autorizzati, di una linea ortodossa e di una corrente eretica regolarmente scomunicata. E offre ai suoi membri, in sordina e senza ammetterlo mai, una nuova e raffinatissima forma di specialness: l'appartenenza ai desti.
Io ho capito.
Io sono sulla via.
Io leggo il libro che gli altri non sono pronti a sostenere.
La frase più ricorrente in questi ambienti, «la maggior parte delle persone dorme», è una macchina di precisione progettata per produrre il sentimento esatto che il testo si proponeva di smantellare.
Un Corso in Miracoli attacca la specialness; la comunità del Corso la rifonda, la certifica e, occasionalmente, la mette in calendario eventi.
Ed ecco servito il paradosso che attraversa ogni aggregazione spirituale e che nessuna è mai riuscita a evitare: l'insieme di individui che si propone di dissolvere l'io si rivela la più efficiente catena di montaggio di identità mai concepita.
Ti dissolvo l'ego e in cambio ti offro l'ego, assai più rifinito, del dissolutore d'ego.
È un baratto in perdita travestito da illuminazione, e prospera perché l'ego (chiamiamolo così, per intenderci, sapendo che il termine è una trappola) possiede un talento sovrumano per sopravvivere indossando i panni del proprio funerale.
Sa fingersi morto.
Sa addirittura officiare la propria morte, a patto di restarne il celebrante, l'unico autorizzato a tenere l'elogio funebre.
Byung-Chul Han direbbe che è il Leistungssubjekt, il soggetto-prestazione, all'opera nel suo ultimo territorio inesplorato. L'individuo che si auto-ottimizza, che si sfrutta da sé senza bisogno di un padrone esterno, e che ha scoperto nella trascendenza l'estremo campo di gara ancora libero da concorrenza saturata.
Mediti più degli altri.
Sei più presente degli altri.
Hai trasceso meglio, più in fretta, con risultati misurabili.
La competizione non cessa: cambia disciplina e si traveste da resa e così lo «svegliarsi» diventa l'ennesimo, raffinatissimo modo di vincere, cioè l'esatto opposto di ciò che dichiara di essere.
Il capitalismo ha colonizzato perfino l'illuminazione, e lo ha fatto convincendoci che disertare la gara fosse il modo più elegante di stravincerla.

La domanda che avevamo accuratamente evitato
Mi sono guardata bene, in queste pagine, dal dirvi se Un Corso in Miracoli abbia ragione, perché sono convinta che porsi quella domanda sia il primo, raffinatissimo travestimento dell'evitamento; è così tranquillizzante, la questione sulla verità del testo.
Vi tiene occupati all'esterno, sulle sue asserzioni, sulla sua cosmologia, sull'annosa faccenda se Gesù abbia davvero dettato un manuale a una psicologa di Manhattan negli anni Sessanta tra una seduta e l'altra.
Sono dibattiti capaci di consumare una vita intera, e possiedono un pregio impagabile: non riguardano direttamente voi.
Si può discutere di gnosi e illusione cosmica per decenni senza correre il rischio di incontrare se stessi nemmeno una volta.
Forse il problema non è se Un Corso in Miracoli sia vero o falso. Forse il problema è che quasi tutti lo impiegano per schivare con precisione millimetrica proprio ciò che esso mette in discussione.
Lo si studia per non praticarlo.
Lo si cita per non subirlo.
Lo si ama per non lasciarsi attraversare.
Il sistema di sicurezza più affidabile contro un libro che esige la vostra distruzione è venerarlo, perché la venerazione tiene a rispettosa distanza esattamente ciò che finge di avvicinare.
Si inginocchia davanti all'ordigno per non doverlo innescare.
Con questa analisi so di perdere più di qualcuno di voi lungo la strada, ed è giusto così.
La ricerca della verità precede il consenso, e un testo che non rischia il proprio pubblico a ogni paragrafo non sta cercando nulla: sta vendendo qualcosa, di solito a rate.
Per chi sceglie di rimanere, non lascio una soluzione né una consolazione, perché non ne ho, e perché sospetto che chi ve ne offrisse una starebbe replicando esattamente l'operazione che ho passato l'articolo a descrivere.
Avete trascorso anni a chiedervi se avevate capito Un Corso in Miracoli, ma è la domanda sbagliata, ed è sbagliata nel modo più insidioso possibile: abbastanza ardua da sembrare seria, abbastanza esterna da non farvi mai veramente male.
La domanda che il libro vi rivolge, sotto tutte le altre e a vostra insaputa, è un'altra, e non parla di lui.
Chiede se, in tutto questo tempo speso a studiare con diligenza la dissoluzione dell'io, abbiate mai avuto il coraggio di guardare l'io che dichiaravate di voler dissolvere, oppure se persino quel proposito non fosse, dal primo giorno, l'ennesimo, splendido nascondiglio che vi siete costruiti contro voi stessi.
Non vi dirò la risposta.
Ho il sospetto, peraltro, che la stiate già evitando con grande competenza, e che parte di voi abbia vivamente sperato solo che questo articolo finisse presto, così da poter tornare alla lezione del giorno.
GABRIELLA CELANI






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C'è una cosa che la mente umana sa fare meglio di tutto il resto: registrare i danni.
Quando una bomba emotiva, un lutto devastante o un cataclisma relazionale impatta sulla nostra esistenza, il sistema nervoso si iper-focalizza sul punto di rottura. Contiamo i detriti, calcoliamo meticolosamente ciò che si è spezzato per sempre. Lo sguardo si inchioda al centro esatto del vuoto.
Collateral Beauty, film del 2016 voluto e interpretato da Will Smith, rimasto incompreso al botteghino, parla esattamente di questo. E del suo contrario.
Nel film, il crollo geometrico e sistemico del protagonista Howard Inlet (interpretato proprio da Will Smith) è la metafora perfetta di questo abisso nero. Un tempo pubblicitario geniale e magnetico, capace di muovere i fili dei desideri umani attraverso le tre grandi astrazioni del mondo (l’Amore, il Tempo e la Morte), Howard si trasforma in un guscio vuoto dopo la perdita della figlia di soli sei anni. Il suo modo di stare in ufficio diventa un rituale ossessivo: trascorre le giornate a costruire complesse, mastodontiche strutture di domino per poi abbatterle con un solo tocco. È l'immagine visiva del collasso identitario: quando il centro della tua vita viene rimosso, tutte le tessere della tua architettura interiore capitolano l'una dopo l'altra. Davanti a te resta solo il buio.
Eppure, la vita possiede una tenacia ancestrale, quasi spietata nella sua urgenza di continuare. Se il centro del nostro campo visivo è completamente inghiottito dal nero, lei non si arrende: ricomincia a bussare dai lati.
Il gioco sottile degli archetipi.
La narrazione del film si sviluppa su un gioco di specchi sottile, uno straordinario intreccio che muove i fili della guarigione. I soci di Howard, preoccupati per il destino dell'azienda e per l'isolamento dell'amico, assumono tre attori teatrali affinché impersonino nella vita reale le tre astrazioni a cui Howard, per rabbia e disperazione, spedisce lettere d'accusa: il Tempo, la Morte e l'Amore.
L'intento iniziale dei soci è cinico, quasi manipolatorio: vogliono dimostrare l'instabilità mentale del protagonista per poter salvare la società. Tuttavia, nel momento esatto in cui queste forze vengono evocate ed entrano nel sistema, il piano iniziale si ribalta. Le tre astrazioni, o gli attori che le interpretano, non stanno parlando soltanto a Howard; stanno operando una redistribuzione energetica su tutti i personaggi, curando ferite invisibili laddove l'equilibrio era compromesso:

Il Tempo (interpretato da un giovane e insofferente) si ritrova a dialogare intensamente con Claire, la socia che ha sacrificato ogni singolo anno della sua vita privata per la carriera e che ora sente di non avere più tempo biologico per accogliere un figlio.
La Morte (una saggia e ironica anziana signora) cammina e si confida con Whit, un altro dei soci, che sta affrontando in silenzio lo spettro del cancro terminale e il terrore della fine.
L’Amore (una donna ferita ma tenace) si scontra frontalmente con Howard, l’uomo che ha scelto di sigillare la propria soglia emotiva, di strappare i fili di ogni relazione per non soffrire mai più, ricordandogli che l'Amore non è una merce di scambio malleabile, ma l'energia stessa che tutto guarisce, il collante biologico e psichico che rimane intatto anche quando tutto il resto è andato distrutto.
In questa frizione costante, lo spettatore e i personaggi stessi scivolano dentro una rivelazione profonda: quegli attori non sono affatto attori. Sono le incarnazioni archetipiche dell'Universo venute a riequilibrare un sistema umano che stava andando in pezzi.
La luce nella coda dell'occhio
È qui che si compie la rivoluzione semantica del film, il passaggio definitivo dal danno alla bellezza. Che cos'è, davvero, la "bellezza collaterale"?
Non è una consolazione immediata. Non cancella l’abisso, non lo aggira, non lo nomina in modo gentile. Se rimani fisso a guardare il domino crollato, non la vedrai mai. La bellezza collaterale si muove alla periferia del tuo campo visivo: è quel raggio di luce laterale che penetra quando davanti a te tutto sembra inghiottito dall’oscurità. È la poesia involontaria di un gesto, una connessione inaspettata, la vita che continua a manifestarsi nei dettagli secondari del mondo mentre tu stai celebrando il funerale del tuo futuro. Se permetti alla coda dell’occhio di cogliere quel barlume, la luce entra. E con essa, la possibilità di tornare a respirare.
La chiusura del cerchio narrativo è magistrale: la frase "Non dimenticare la bellezza collaterale" viene sussurrata alla moglie di Howard in ospedale, nel momento più nero in assoluto, mentre la loro bambina sta esalando l'ultimo respiro. A dirglielo è un'anziana donna sconosciuta che, si scoprirà solo alla fine, è la stessa identica "attrice" che interpreterà la Morte. Tutto è interconnesso. Le forze misteriose che regolano la nostra esistenza non aspettano che noi stiamo bene per farsi vedere; penetrano dai lati, proprio come la bellezza di cui sono portatrici.

Scegliere la periferia per non perdersi
Mentre Howard reagisce all'impatto devastante del lutto isolandosi e lasciando che il suo centro di coesione si dissolva nel rifiuto della realtà, sua moglie compie una scelta radicalmente opposta e salvifica. Lei decide di non chiudere gli occhi davanti a quella luce periferica. Ricorda la frase sentita in ospedale (lo racconterà ad Howard quando anche lui cederà alla vita che bussa) e decide di presidiare i confini del proprio sé attraverso la connessione con l'esterno e il servizio.
Trova un senso drammatico, ma potentissimo, nel fondare un gruppo di supporto per aiutare altri genitori che hanno subito la stessa identica perdita. Lei non si perde nel buio perché accetta che la sua identità non sia definita dal danno subìto, ma dalla capacità di integrare quel danno, trasformandosi a sua volta in un pezzo di bellezza collaterale per gli altri.
Alla fine, anche Howard cederà. Non per forza di volontà, non per una decisione razionale: cede perché, devastato dalle scoperte sui soci e su sé stesso parla con la moglie, che gli racconta della frase sentita in ospedale. E qualcosa in lui, quella parte che aveva solo smesso di guardare, non di vedere, si apre. La luce entra dal lato. E Howard ricomincia a vivere.
La primavera torna. E mentre Howard passeggia al parco con la moglie, sul ponte, il Tempo, la Morte e l’Amore stanno osservando.
Hanno visto Howard abbattere migliaia di domino. Hanno aspettato. Hanno bussato dai lati quando il centro era ancora buio. E ora lo guardano camminare, non guarito, non intero, ma vivo, con la stessa pazienza silenziosa con cui le forze universali hanno sempre aspettato gli esseri umani.
Aspettano anche te.
La domanda non è se busseranno. È se hai ancora occhi capaci di guardare di lato.
MONICA MORO


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La menopausa, da un punto di vista biologico, è la conclusione del ciclo mestruale.


L'organismo smette di produrre ovuli e ormoni, estrogeni e progesterone, e così le mestruazioni si interrompono.
Come la pubertà ne segna l'inizio, lei ne segna la fine.
Fin qui, tutto secondo natura.
Chiari sono i sintomi che vengono spesso descritti e che, per quanto soggettivi, caratterizzano questo nuovo tempo. Basta leggere qualche articolo per documentarsi.
Google è un grande maestro in questo campo.
Peccato sia senza cuore, e si sa che nessun insegnamento dato senza amore lascia germogliare i semi.
Siamo quelle bambine a cui, tanto tempo fa, è stata raccontata una favola.
Abbiamo vissuto nell'attesa che il finale potesse essere diverso, e nel mentre il tempo passava.
Ognuna di noi ci sta arrivando in modi diversi, in tempi diversi, ma tutto sta accadendo.
La natura ci insegna che ogni cosa ha un inizio e una fine, senza alcuna eccezione; tutto è un fluire, un dare e un ricevere, come un respiro, come un battito, come una stagione, come un vivere e un morire.
La legge dell'impermanenza ci ricorda che ogni istante muore a se stesso, ed è proprio in quella morte di ogni istante che si nasconde la nostra più profonda rinascita.

Tu sei pronta a rinascere?
Se fossimo nate in Oriente, vivremmo questo nuovo tempo in modo diverso. Ma così non è.
A dimostrazione di quanto ogni credenza, educazione, vissuto, cultura e religione possa influenzare il nostro modo di vivere.... *Epigenetica docet.*
Siamo nate in Occidente, e allora la nostra cultura ci considera attempate, non più in grado di procreare, anzi sostituibili da donne momentaneamente più giovani.
Ebbene sì, anche per loro arriverà la menopausa.
Diciamoci la verità, chi è che vuole invecchiare? Ovviamente nessuna.
Ho atteso questo istante immaginandomelo tante volte, e nel frattempo ho lasciato che il tempo scorresse sul mio corpo e sulla mia mente. Mi sono ritrovata a 56 anni, fino a pochi mesi fa ancora con il ciclo.
"Fortunata", mi dicevano. "Brava", mi dicevo.
La nostra età biologica non ha niente a che fare con quella anagrafica, e la mia l'ho coccolata, curata, integrata, supportata, nutrita, non solo nel corpo, ma nello spirito e nella mente.
Anche la scienza ormai è concorde, ovvio, non fa squilli di tromba su un approccio integrato, ma riconosce che è tempo di cambiare pensiero, di cambiare paradigma.
D'altronde, io i miei 56 anni mica me li sento.
Nella mia mente non ne ho più di 45. È l'età biologica quella che conta.
Ne sono sempre andata fiera, era il mio fiore all'occhiello, ho sempre dimostrato meno anni, a 31 sembravo una bambina.
L'ego, si sa, non è mai sazio, mai appagato.
Ritornando a me, da marzo il mio ciclo è sparito.
E allora mi sono osservata e ascoltata, mi sono guardata con occhi nuovi, meno severi, meno giudicanti. Io, quella donna che voleva sempre essere perfetta, ho compreso che la perfezione non esiste, esiste l'unicità.
Il mio corpo ha cominciato a ribellarsi. Quel peso così tenuto a bada negli anni ha iniziato ad avere vita propria.
Ho dovuto fare pace con lui, per ora ha vinto, per ora glielo lascio credere.
La taglia del mio reggiseno è cresciuta, beh, vediamo il lato positivo, c'è chi si rivolge al chirurgo estetico spendendo fior di soldi.
L'ovale del mio viso si è snellito e mi fa sembrare più magra, la pelle è diventata più sottile e mi permette di vedere le mie nuove rughe, quelle di quest'ultimo anno così faticoso, a tratti doloroso.
Il sonno ha cominciato a farsi volubile, e così ho imparato cosa significa avere giornate più lunghe, più piene, più ricche di studio, meditazione, mindfulness.
Giornate piene di me.
Qualche caldana, confusa con questo caldo torrido, mi fa compagnia ogni tanto; vista la crisi del gas e le normative sui caloriferi, sono certa che quest'inverno non temerò il freddo.
Mi sono ritrovata a riderci su.
Sono sempre stata un'empatica, direi che è tempo di esserlo nella mia massima espressione.
E mentre rido di tutte queste cose, all'improvviso mi si è aperto un mondo di consapevolezze nuove.
Ascoltarmi è stato importante.
Mi sento energica, più creativa, più intuitiva, più fantasiosa.
Quelle vampate che arrivano all'improvviso sono pura energia in espressione, energia che va incanalata.
Puoi scegliere, lamentarti o gioire. Hai il potere di generare pensieri nuovi e positivi, oppure di rimanere nel vittimismo.
E ti ricordo che l'energia non si può distruggere, si trasforma e si sposta.
A questo punto entri in gioco tu .
Puoi scegliere e, nel mentre, scegliere te stessa con coraggio, oltre ciò che ti è stato insegnato, oltre gli articoli che potrai leggere o meno.
Siamo costituite da miliardi di cellule, siamo processi di biochimica e neurotrasmettitori. Siamo emozioni generate da pensieri. In media facciamo 70.000 pensieri al giorno, e il 90% sono sempre gli stessi, e a loro volta generano le stesse emozioni e gli stessi ormoni.
Non so tu, ma io voglio che il mio corpo sia pieno di serotonina, dopamina e ossitocina, gli ormoni dell'amore, del benessere, della felicità. Desidero che il mio sistema immunitario sia forte, non minato da stress e cortisolo.
E allora ho scelto di trasformare quelle caldane in messaggi di energia che deciderò io dove indirizzare.
Una nuova poesia? Un articolo? Un progetto nuovo?
In ogni donna c'è un femminile e un maschile, ora è tempo di far emergere quel femminile fatto di accoglienza, nutrimento, intuizione, creatività, amore.
Abbiamo dedicato tempo alla crescita dei nostri figli, a far funzionare matrimoni, a dimostrare a tutti che avevamo un valore.
Ora è tempo di ascolto.
È tempo di noi.

Smettila di identificarti nei ruoli, sii te stessa.
In questo tempo in cui ci insegnano a togliere invece che ad aggiungere, alleggerisci la tua mente e la tua vita.
Togli i dolori del ciclo mestruale. Togli le emicranie ormonali.
Togli gli imbarazzi durante i rapporti. Togli le paure di gravidanze non volute.
Togli, togli, togli, e nel mentre osservati, ascoltati, amati.
È tempo di rinascere.
In questo nuovo tempo fatto di emozioni che cambiano ogni giorno, di libertà sessuale, di massima espansione della propria essenza. Lascia fluire quelle energie, lascia che l'intuito femminile emerga, dedicati alle cose che ti piacciono, accogli la tua nuova femminilità e lascia crescere la tua bellezza interiore.
Quella è intramontabile. È magnetica. È afrodisiaca.
Non ascoltare chi ti dirà che avrai cali di libidine. Può darsi, chissà; ma nel mentre genera pensieri positivi.
Impedisci alla tua mente di allagarsi di paure e false aspettative.
Innamorati.
Se hai accanto un uomo che non ti rende felice, che non ti desidera, che non ti fa sentire speciale anche con qualche chilo in più, se è ormai un'abitudine, un inquilino, dammi retta, cambialo, lascialo.
Ogni età merita di essere vissuta con passione, entusiasmo, creatività.
E poi, soprattutto, **amati.**Prova a innamorarti e poi fammi sapere come reagisce il tuo corpo.
Hai mai visto una donna innamorata? Riflette luce, negli occhi, nella pelle, nelle espressioni del viso.
Siamo più forti di quanto ci facciano credere.
Abbiamo parti del cervello non ancora esplorate.
Abbiamo sensi oltre i nostri cinque sensi.
Abbiamo intuizioni che non vedono l'ora di emergere e di collegarci alla coscienza che tutto crea.
Ho amiche in menopausa da anni, sono felici, innamorate, con corpi da fare invidia a una quarantenne.
Hanno nuove consapevolezze e occhi innamorati che le guardano, i propri.
Nessuno ti potrà guardare come sai guardarti tu. Nessun uomo, nemmeno il più innamorato, lo farà.
Ecco perché ti dico di amarti oltre tutta la tua te. In questa fase della tua vita amati di più, tutta, senza eccezione, anche quando ti piacerai meno e lo specchio rifletterà una donna che fatichi a riconoscere.
Il corpo cambierà, gli ormoni caleranno, le rughe si accentueranno.
Ma la tua bellezza interiore, la tua essenza, saranno senza tempo.
Tu coltiva la tua essenza. La tua anima. La tua autenticità.
Innamorati di te stessa. E, dopo, di chi vuoi.
CRISTINA COGOI

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Tu abiti nel colore o il Colore ti Abita?
Da Baudelaire al Tao, dai cromosomi alla fisica delle onde: perché il colore non è fuori di noi, è dentro di noi, da sempre.
C’è una poesia di Charles Baudelaire che sembra parlare di qualcosa che la scienza avrebbe impiegato un secolo a dimostrare. Si intitola “Correspondances” e afferma che profumi, colori e suoni «si rispondono», come echi che si richiamano attraverso uno spazio buio.
“«I Profumi, i Colori ed i Suoni si rispondono.» Esiste in natura una corrispondenza naturale dei sensi.” — Charles Baudelaire, Correspondances, 1857
Non era metafora, bensì intuizione.
Quello che Baudelaire chiamava corrispondenza, la neuroscienza contemporanea chiama sinestesia, ovvero la capacità dei sensi di evocarsi a vicenda, di parlare lo stesso linguaggio profondo.
Non si tratta di un fenomeno raro o stravagante, è la natura originaria della percezione umana.
Il colore porta un’emozione, l’emozione porta un ricordo, il ricordo a volte porta un odore.
Siamo stati costruiti per sentire il mondo in modo unitario.
I colori ci accompagnano per tutta la vita: li riceviamo e li usiamo spontaneamente, naturalmente e istintivamente fin dalla prima infanzia. Senza che ce ne accorgiamo, i colori sono il linguaggio universale che tutti pratichiamo ogni giorno, ed ogni giorno ci sostengono, accentuano le nostre esperienze di vita e influenzano i nostri stati d’animo.
I colori risuonano direttamente con le nostre emozioni, i nostri sentimenti, i nostri ricordi, e sono parte integrante della nostra vita, manifesti nelle nostre scelte e nel nostro ambiente.
Il Tao e il Feng Shui
Molto prima di Baudelaire, le tradizioni orientali avevano già orientato questa conoscenza in sistemi pratici.
Nel Tao il colore non è una categoria estetica ma è energia.
Un’energia che agisce sulla fisicità, sugli organi e sulle loro funzioni.
Nel Tao e nella medicina cinese tradizionale, emozione, colore e organo non sono tre cose separate collegate tra loro, sono tre espressioni dello stesso movimento energetico.
Il sistema dei Cinque Elementi, nel Tao, associa a ciascun organo un colore, una stagione, un'emozione: non tre cose collegate, ma un'unica energia espressa su piani diversi.
Nel Feng Shui, letteralmente vento e acqua, si insegna che le vibrazioni energetiche prodotte dai colori influenzano la vita in modo sottile ma costante.
Questa è l’arte di far fluire il Qi negli ambienti, e il colore è uno dei suoi strumenti principali: modifica il flusso di energia nello spazio attraverso la griglia delle aree del Bagua, la mappa energetica che suddivide ogni ambiente in otto settori, ciascuno associato a un elemento, un colore e un aspetto della vita.
La vibrazione come fatto fisico
Questa visione non è incompatibile con la fisica moderna, semplicemente la precede.
Il colore è, in senso letterale, una frequenza: una lunghezza d’onda specifica della luce.
Quando diciamo che il rosso «vibra» diversamente dal blu non stiamo usando una metafora poetica ma stiamo descrivendo un dato misurabile.
E se il colore è vibrazione, e l’essere umano è anch’egli vibrazione, ogni cellula emette e riceve segnali elettromagnetici, allora la sintonia tra le due frequenze è un evento fisico reale.
La sintonia tra la vibrazione del colore e quella del corpo umano genera cambiamenti positivi ed è fonte di riequilibrio psico-fisico ed emozionale, in maniera profonda e costante.
Non un’astrazione, non una credenza ma un processo che avviene, ogni volta, prima che la mente abbia il tempo di commentarlo e, a volte, nonostante i suoi commenti e le sue interferenze.

Siamo un corpo di colore
C’è un dettaglio linguistico che merita attenzione, nel greco antico chromo significa colore e soma significa corpo.
Siamo, letteralmente, un corpo di colore.
Ma c’è di più: i cromosomi, le strutture che portano il nostro patrimonio genetico, il codice di chi siamo, portano nel loro nome questa stessa radice.
Cromo-soma = corpo colorato.
Le cellule che ci compongono, attraverso i cromosomi, sono già perfettamente a conoscenza di quello di cui hanno bisogno per stare meglio.
Il colore non è esterno a noi, è scritto nella nostra struttura biologica più profonda.
Ascoltare i colori, quindi, non è un gesto esoterico, estetico o modaiolo come molti credono, in realtà è il modo più diretto, più antico e più naturale che esista per ascoltare noi stessi.
“Attraverso i nostri cromosomi, le nostre cellule sono perfettamente
a conoscenza di quello di cui hanno bisogno per stare meglio.”
Non dimentichiamolo.
Le emozioni come chiave del benessere
Le emozioni agiscono come vettore di informazione, comunicando come ci sentiamo ogni giorno.
Che si manifestino mentalmente, fisiologicamente o a livello cutaneo, sono un riflesso diretto del nostro benessere.
Quando restano represse o mal digerite, possono impedirci di imparare, di agire e di realizzare il nostro pieno potenziale.
Quando invece vengono identificate, accolte e benvenute, ci liberano dai vincoli e ci aiutano a vivere una vita piena e gioiosa.
Riconnettersi alle proprie emozioni attraverso il linguaggio del colore è intraprendere un viaggio verso la positività e il benessere del corpo e della mente.
Spesso si crede che sia un percorso complicato o riservato a pochi, non è così! Si tratta, invece, di un gesto semplice, quotidiano, alla portata di chiunque.

Questa è la premessa del viaggio che ci accompagnerà per tre appuntamenti.
Un’esplorazione.
Perché il colore è un linguaggio che tutti parliamo, ma che pochissimi ricordano di saper leggere.
Nel prossimo appuntamento
Entreremo nel cuore del Test dei colori in chiave olistica, attraverso quattro scelte istintive che rivelano quattro strati diversi del nostro stato interiore e incontreremo la mappa del corpo che ogni colore porta con sé.
MANUELA IMPERIALI
multiventenne in perenne evoluzione. Attualmente SpiritualCoach® e Emotional Colors Mentor, Formatrice Metodo Caviardage di Tina Festa® e Metodo Evolutionmandala®, contributor Sognosoloacolori e Spritualcoaches.it




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A rrivai a Chartres all'alba, in una mattina di nebbia che sembrava trattenere il mondo in uno stato di sospensione.
Sono passati alcuni anni da quel viaggio, eppure ne conservo ancora il ricordo con una nitidezza sorprendente.
La pianura della Beauce si stendeva attorno alla strada come un mare immobile, non c'erano montagne, non c'erano rilievi capaci di interrompere la continuità dell'orizzonte; soltanto campi, silenzio e quella luce lattiginosa che precede il sorgere del sole.
Per lunghi minuti non vidi nulla.
Poi, lentamente, due forme scure emersero dalla foschia.
Le torri della cattedrale apparvero come un'apparizione geologica più che architettonica.
Sembravano appartenere alla terra stessa, come se fossero cresciute da quella pianura anziché essere state costruite dall'uomo.
Ricordo di aver rallentato l'auto quasi istintivamente ed in quel momento ebbi una sensazione che avrebbe continuato ad accompagnarmi per tutta la visita: la percezione di trovarmi davanti a qualcosa che esisteva da molto prima della mia storia personale.
Molti anni prima Auguste Rodin aveva definito Chartres "l'Acropoli della Francia".
Non credo volesse essere soltanto un elogio artistico ma sono fermamente convinta che Rodin volesse esprimere il riconoscimento di una presenza.
Anche Émile Mâle, uno dei più grandi interpreti dell'arte medievale, aveva scritto che quella cattedrale rappresentava "il pensiero stesso del Medioevo diventato visibile".
Camminando verso la città, compresi che entrambe le definizioni cercavano di esprimere la stessa intuizione: Chartres non era semplicemente un edificio. Era una visione dell'essere umano tradotta in pietra, vetro e luce.
Ma ciò che più mi colpì non fu la grandezza dell'opera.
Fu la domanda che sembrava abitare quel luogo.
Perché continuiamo a cercare luoghi che sembrano custodire il segreto della nostra trasformazione?
Non avevo ancora varcato il portale e già quella domanda aveva iniziato a lavorare dentro di me.
La Francia, più di molte altre terre europee, conserva una geografia simbolica legata alla figura di Notre-Dame, tanto che ovunque emergono cattedrali dedicate alla Vergine: Chartres, Parigi, Amiens, Reims, Rouen, Bayeux.
Nel corso dei secoli si sviluppò anche una tradizione interpretativa secondo la quale queste grandi cattedrali avrebbero riprodotto sulla terra la disposizione della costellazione della Vergine. Nessuno storico serio presenterebbe questa lettura come un fatto dimostrato; appartiene piuttosto a quel territorio affascinante in cui immaginazione simbolica, memoria culturale e desiderio di significato si intrecciano.
Eppure, mentre attraversavo le vie ancora quasi deserte della città, non riuscivo a considerarla una semplice curiosità.
Mi domandavo perché generazioni di uomini e donne avessero sentito il bisogno di immaginare una corrispondenza tra il cielo e la pietra.
Forse perché la coscienza umana cerca incessantemente connessioni.
Forse perché ogni civiltà ha intuito che la materia non è soltanto ciò che pesa e limita, ma anche ciò che custodisce.
Gli alchimisti parlarono di Mater Materia: la materia madre, il grembo nascosto dentro le cose.
Non una sostanza inerte, ma una realtà gravida di possibilità.
La terra che contiene il seme.
L'argilla che attende la forma.
L'oscurità che protegge una luce non ancora nata.
Molti anni dopo ho ripensato a quella intuizione come a una delle lezioni più profonde ricevute a Chartres.
Gran parte della nostra vita si svolge infatti dentro processi invisibili.
Le decisioni maturano lentamente.
Le crisi preparano cambiamenti che non comprendiamo mentre li stiamo vivendo.
Persino le svolte più importanti della nostra esistenza iniziano quasi sempre nel silenzio.
La cattedrale sembrava costruita attorno a questa verità.
Quando entrai nella navata centrale, ebbi l'impressione di penetrare in un'altra qualità del tempo.
La luce filtrava attraverso le celebri vetrate blu con una dolcezza che non avevo mai visto altrove, tanto che lo spazio era tangibilmente trasformato dalla luce..
Per qualche minuto rimasi immobile.
Poi il mio sguardo cadde sul pavimento.
Lì, al centro della navata, appariva il grande labirinto.
Molte immagini di Chartres sono famose, si pensi alle torri, le vetrate, la facciata occidentale.....eppure nulla mi colpì quanto quel disegno inciso nella pietra.
Non era soltanto un simbolo da osservare, era un percorso da attraversare ed io mi ci trovai di fronte l'ultimo giorno della mia permanenza i Francia.
Mi avvicinai lentamente per non disturbare, stavano spostando i banchi che lo celavano alla vista e stavano preparando tutto per un matrimonio, così mi disse il guardiano appena mi riconobbe.
Sì perchè dovete sapere che nel corso di tutto il mio anno di vita in terra di Francia, ho visitato Chartres praticamente una vota al mese, ma mai ero riuscita a vedere da vicino Il Labirinto.
Grazie alla disponibilità ed all'estrema gentilezza del guardiano, il giorno prima di partire, ho vissuto una delle sperienze più affascinanti e trasformative che la vita mi ha concesso.
Le pietre erano consumate dal passaggio di generazioni di pellegrini. Migliaia di piedi avevano seguito quelle curve prima di me.
Alcuni avevano camminato per devozione religiosa, altri per ricerca spirituale, altri ancora per semplice curiosità.
Eppure tutti siamo stati attratti dalla stessa figura.
Il percorso misura circa duecentonovantaquattro metri.
Una distanza sorprendentemente vicina alla durata media della gestazione umana.
Non importa stabilire se la corrispondenza fosse intenzionale oppure no, ciò che conta è la potenza simbolica che emerge quando le due immagini si incontrano.
Camminando lungo quelle curve compresi che il labirinto non rappresentava tanto il viaggio quanto il tempo necessario al viaggio.

Nella nostra immaginazione moderna il cambiamento viene spesso associato a un momento decisivo e immediato: una scelta, una rivelazione, un evento.
Il labirinto suggerisce qualcosa di diverso.
Suggerisce che la trasformazione autentica assomiglia molto più a una gestazione.
Per lunghi tratti il percorso sembra allontanarsi dal centro.
Ci si avvicina e poi ci si allontana.
Si crede di aver trovato la direzione e subito dopo la si perde.
Eppure ogni passo appartiene al cammino.
Ripensai allora a quanto la natura sia estranea alla nostra impazienza.
Nessun seme viene persuaso a germogliare più rapidamente.
Nessun frutto matura per decreto.
Nessun bambino può essere accelerato senza pagarne il prezzo.
Forse anche la coscienza obbedisce a leggi simili.
Forse esistono trasformazioni che richiedono una lunga incubazione.
Forse ciò che chiamiamo attesa non è un'interruzione del processo.
È il processo.
Questa intuizione tornò a visitarmi più tardi, quando scesi nella cripta, dove l'aria divenne improvvisamente più fresca ed i rumori della cattedrale sembrarono dissolversi.
La luce lasciò spazio alla penombra e camminando tra quelle pietre antiche, avvertii una sensazione di raccoglimento che nessuna fotografia avrebbe potuto restituire.
Per secoli il luogo fu associato alla presenza della Vergine Nera.
Attorno a quella figura si sono accumulate tradizioni, interpretazioni e letture simboliche di ogni genere. Alcune appartengono alla storia documentata, altre alla memoria immaginativa dell'Europa.
Tra queste vi è l'immagine della Virgo Pariturae, la Vergine che deve partorire.
Non la madre che ha già dato alla luce.
La madre che attende.
La donna gravida di un futuro ancora invisibile.
Mi fermi a lungo davanti a quell'immagine non per ragioni religiose ma perchè ebbi la netta sensazione che parlasse di qualcosa di universale.
Che cosa attende di nascere dentro ciascuno di noi?
Non una risposta astratta.
Qualcosa di concreto.
Una capacità rimasta inespressa.
Una comprensione ancora incompleta.
Una parte di noi che non ha trovato le condizioni per emergere.
Nel corso degli anni ho poi incontrato molte persone impegnate in percorsi di crescita personale e quasi tutte condividevano la stessa difficoltà: accettare i tempi della maturazione.
Desiderio di trasformazione.
Fatica nell'accettarne la gestazione.
La cripta di Chartres sembrava custodire una lezione diversa in cui tutto ciò che è destinato a nascere attraversa inevitabilmente una fase di oscurità.
Non esiste fioritura senza un periodo trascorso sotto terra.
Forse per questo il simbolo del Femminile Sacro ha attraversato così tante culture.
Non perché riguardi esclusivamente la donna ma perché rappresenta la capacità universale di accogliere, custodire e lasciar maturare.
Anche la figura di Iside, che riemerse nella mia mente durante quel viaggio, sembrava appartenere alla stessa famiglia simbolica.
Da secoli esiste una tradizione che associa il nome di Parigi a "Par-Isis".
Dal punto di vista storico si tratta di una lettura discussa e non accettata come origine etimologica della città, eppure la sua persistenza racconta qualcosa di importante.
Gli esseri umani non abitano soltanto luoghi.
Abitano narrazioni.
Attribuiscono significati.
Intrecciano memorie.
Creano continuità simboliche.
Iside è sopravvissuta ai secoli non come divinità di una religione specifica, ma come immagine archetipica della sapienza, della maternità e della rigenerazione.
I simboli più profondi non scompaiono.
Cambiano linguaggio, magari cambiano volto, attraversano culture differenti continuando a svolgere la stessa funzione psicologica.
In questo senso Chartres appare come un punto di incontro tra memorie diverse.
Percepii tutto questo ancora più chiaramente osservando il portale settentrionale, dove compare la figura di Melchisedec.
Personaggio enigmatico, ponte tra mondi, sacerdote e re, Melchisedec divenne nel corso dei secoli il simbolo di una conoscenza che attraversa il tempo senza appartenere completamente a nessuna epoca.
Mi colpì il fatto che fosse stato scolpito lì, tra le pietre di una cattedrale costruita da uomini consapevoli di partecipare a una tradizione molto più grande di loro.
Oggi siamo abituati a considerare la conoscenza come un accumulo di informazioni.
Gli antichi la immaginavano spesso come una trasmissione.
Qualcosa che passava di mano in mano.
Di generazione in generazione.
Di coscienza in coscienza.
Anche l'architettura partecipava a questo processo.
Le proporzioni, la geometria, l'orientamento dell'edificio, la distribuzione della luce: tutto sembrava rispondere alla convinzione che l'universo possedesse un ordine intelligibile.
I costruttori medievali non cercavano semplicemente di costruire un luogo.
Tentavano di costruire una domanda.
E forse è proprio questa capacità che rende ancora viva Chartres.
Tra tutti i simboli presenti nella cattedrale, nessuno mi sembrò esprimere meglio questa tensione del Labirinto della Rosa.
Quando il sole raggiunse le grandi vetrate circolari, la luce iniziò a diffondersi come una materia colorata. I rossi, gli azzurri e gli ori trasformarono lo spazio in qualcosa che sfuggiva alle categorie ordinarie.
La rosa appariva contemporaneamente come fiore, ruota e stella.
Come un punto d'incontro tra la terra e il cielo.
Molti interpreti hanno collegato questo simbolo a tradizioni differenti, compresi alcuni richiami alla figura di Iside e alle antiche narrazioni di trasformazione raccontate da Apuleio nell'Asino d'Oro.
In quelle storie il protagonista attraversa smarrimenti e metamorfosi prima di ritrovare se stesso.
Non era difficile riconoscere il parallelo.
Lucio.
Il pellegrino.
Ciascuno di noi.
Tutti percorriamo, in forme diverse, un itinerario che ci conduce dalla frammentazione a una maggiore unità interiore.
La rosa del Labirinto sembrava raccontare proprio questo.
Non la fuga dalla materia ma la sua trasfigurazione.
Non il rifiuto dell'esperienza ma ma la sua integrazione.
Quando, nel tardo pomeriggio, tornai ancora una volta davanti al labirinto, mi accorsi che l'intera giornata aveva ruotato attorno alla stessa immagine.
Duecentonovantaquattro metri.
La durata simbolica di una gestazione.
Il tempo necessario perché qualcosa prenda forma.
Ripenso allora al contrasto tra quel simbolo e la cultura contemporanea.
Viviamo immersi in una civiltà che accelera continuamente.
Riduciamo le distanze, comprimiamo i tempi, pretendiamo risultati immediati.
Eppure le esperienze più importanti della vita continuano a sottrarsi a questa logica.
L'amore richiede tempo.
La fiducia richiede tempo.
La saggezza richiede tempo.
Persino il dolore, quando diventa occasione di trasformazione, richiede tempo.
Forse la grande lezione di Chartres non riguarda il Medioevo, il simbolismo o l'architettura.
Forse riguarda la pazienza.
La pazienza profonda della natura.
La pazienza attraverso cui la vita realizza le proprie metamorfosi.
Lasciai la cattedrale mentre il sole cominciava a inclinarsi verso l'orizzonte. Le torri dominavano ancora la pianura, ma ora mi apparivano diverse. O forse ero io a essere cambiata.
Mentre mi allontanavo ripensai all'etimologia simbolica della parola "ricordare", spesso interpretata come un ritorno al cuore.
Ri-cordare.
Riportare al cuore ciò che il cuore conosce già.
Compresi allora che il vero viaggio non si era svolto tra le navate, le cripte o le vetrate.
Si era svolto dentro la domanda che quel luogo aveva saputo risvegliare.
Una domanda semplice e inesauribile.
Che cosa, nella nostra vita, stiamo cercando di far nascere troppo in fretta?
Forse il segreto custodito da Chartres non consiste nel mostrare una strada verso la trasformazione, ma nel ricordarci che ogni autentica rinascita ha bisogno dello stesso coraggio richiesto da ogni nascita, quello di abitare il tempo necessario affinché l'invisibile possa finalmente prendere forma.
INSPIRITUAL TRAVEL

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